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03/10/2018

Gli indicatori demografici che emergono dalle rilevazioni dell'ISTAT sulla popolazione residente fanno riflettere.

Al primo gennaio 2018 la popolazione italiana ammonta a 60 milioni e 484 mila persone, 105 mila in meno sul 2017 ed in calo per il quarto anno consecutivo. Il calo complessivo è determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), mentre la popolazione straniera aumenta di 97.412 unità.

L'età media è di 45,2 anni, e solo il 13,4 per cento della popolazione ha meno di 15 anni, il 64,1 per cento è tra i 15 e i 64 anni e il 22,6 per cento ha 65 anni e più.

Coloro che hanno 80 anni e oltre raggiungono il 7 per cento, quelli oltre i 100 anni superano i 15 mila e 500 in valore assoluto.

Gli individui che hanno oltrepassato i 105 anni sono più di mille e i supercentenari (110 anni e oltre) sono venti.

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Il calo della popolazione non riguarda tutte le aree del Paese

  • Regioni demograficamente importanti come Lombardia (+2,1 per mille), Emilia-Romagna (+0,8) e Lazio (+0,4), registrano variazioni di segno positivo.
  • L'incremento relativo più consistente riguarda la Provincia autonoma di Bolzano (+7,1) mentre a Trento si arriva al +2 per mille.
  • Sopra la media nazionale (-1,6 per mille) si collocano, seppur con variazioni di segno negativo, anche Toscana (-0,5) e Veneto (-0,8).


Nelle restanti regioni, dove la riduzione di popolazione è più intensa rispetto al dato nazionale, si è in presenza di un quadro caratterizzato dalla decrescita che va dalla Campania (-2,1 per mille) al Molise (-6,6).

I numeri dello squilibrio demografico

  • Nel 2017 si conteggiano 458 mila nascite: il nuovo minimo storico, in calo del 2% rispetto al 2016. Si tratta della nona consecutiva diminuzione dal 2008, anno in cui furono pari a 577 mila.
  • La riduzione delle nascite interessa tutto il territorio, con punte del -7,0% nel Lazio e del -5,3% nelle Marche. Soltanto in quattro regioni si registrano incrementi: Molise (+3,8%), Basilicata (+3,6%), Sicilia (+0,6%) e Piemonte (+0,3%).
  • Il numero di nascite diminuisce non solo per le difficoltà ad avere i figli desiderati, ma anche per la progressiva riduzione delle potenziali madri, dovuta all'invecchiamento della popolazione.

Riguardo ai decessi, se da una parte il loro numero diminuisce con la longevità, dall'altra aumenta con l’invecchiamento della popolazione: viviamo più a lungo e si riducono i rischi di morte in età avanzata, ma cresce il numero complessivo di anziani, per i quali i rischi sono più elevati.

  • Nel 2017 i decessi sono stati 647 mila, in crescita del +5,1% rispetto al 2016.
  • In rapporto al numero di residenti, nel 2017 sono deceduti 10,7 individui ogni mille abitanti, contro i 10,1 del 2016.

Per l'Italia un primato di longevità, non solo in Europa

  • Rispetto al censimento del 1991, l'aumento della popolazione anziana (65 anni e più) è molto significativo, in termini sia assoluti (da 8,7 milioni a 13,6 milioni) sia percentuali (dal 15,3 per cento della popolazione al 22,6 per cento).
    La popolazione di 80 anni e oltre raddoppia (da un milione e 995 mila a 4 milioni e 207 mila), mentre gli under 15 negli ultimi sedici anni sono scesi dello 0,8 per cento e rappresentano il 13,4 del totale.
    Difficile trovare un paese in Europa con un rapporto così sfavorevole tra anziani e giovani.
  • Il processo di invecchiamento, pur riguardando tutte le aree, manifesta intensità differenti.
    La Liguria è la regione più anziana dell'Unione europea registrando la più alta percentuale di individui sopra i 105 anni (3,58 per 100 mila abitanti).
    Al primo gennaio la donna più longeva vivente (poi deceduta il 6 luglio scorso) era residente in Toscana e a maggio aveva compiuto ben 116 anni: era la seconda persona più longeva al mondo (verificata).
    Ad oggi la più anziana d'Italia ha superato i 115 anni e vive in Puglia. L'uomo più longevo ha quasi 110 anni e risiede nella provincia di Trento.
  • Rispetto a 10 anni fa le distanze tra le classi di età più rappresentative si sono ulteriormente allungate.
    Le persone da ritenersi in età di pensionamento hanno cumulato 2,4 punti percentuali in più rispetto al 2008 mentre, al contrario, le persone prevalentemente in condizione attiva o formativa sono rispettivamente scese di 1,6 e 0,7 punti percentuali.

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